LA RESPIRAZIONE
2. L’iperventilazione
Un’altra disfunzione respiratoria molto frequente nella società occidentale, spesso associata alla respirazione toracica, è l’abitudine a respirare in maniera rapida e superficiale: invece di fare pochi respiri profondi, le persone effettuano moltissimi respiri superficiali. Per fare un esempio, è come se un atleta decidesse di correre con falcate estremamente piccole: probabilmente una falcata corta sarà meno faticosa di una più lunga, ma nel lungo termine correre a piccoli passi sarà enormemente più dispendioso a livello energetico, e a parità di velocità l’energia richiesta sarà maggiore. Nell’iperventilazione avviene un fenomeno simile, e ciò avrà delle conseguenze rilevanti per la salute: non solo questo tipo di respirazione sarà più dispendiosa da un punto di vista metabolico, ma determinerà una alterazione importante della funzionalità polmonare e dello scambio di gas (ossigeno e anidride carbonica) tra polmoni e flusso sanguigno. Quest’ultimo aspetto, in particolare, risulta particolarmente rilevante per spiegare questa respirazione disfunzionale. Sappiamo, infatti, che quando inspiriamo l’aria entra nei polmoni, e l’ossigeno (O2) in essa contenuto passa dai polmoni ai vasi sanguigni, dove i globuli rossi lo trasportano ai tessuti del nostro corpo. Di contro questi tessuti, dopo aver utilizzato l’ossigeno rilasciano nel sangue l’anidride carbonica (CO2), che tramite il circolo sanguigno arriva ai polmoni e qui viene eliminata con l’espirazione. L’equilibrio tra questi due gas è molto delicato ed è fondamentale per la salute cardiorespiratoria: spesso siamo portati a pensare che più ossigeno inspiriamo, meglio è per il nostro corpo, mentre invece l’anidride carbonica, essendo una sostanza di scarto, vada eliminata il più possibile. In realtà si è scoperto che durante la normale inspirazione non tutto l’ossigeno presente nell’aria entra nei polmoni, e non tutto quello che entra dai polmoni nel circolo sanguigno viene utilizzato subito dai tessuti: è noto infatti che l’aria ambiente è composta per il 21% di ossigeno, e che l’aria espirata dai nostri polmoni ne contiene ancora il 17%. Questo significa che nella maggior parte delle situazioni una normale respirazione sarà più che sufficiente per assicurare livelli ottimali di ossigeno ai nostri tessuti; anzi, ci metterà a disposizione ben più ossigeno di quello che ci serve per svolgere le nostre funzioni vitali. In quest’ottica, respirare tanto o poco (fare 30 respiri al minuto oppure 6), probabilmente non avrà un grande impatto sui livelli di ossigeno nel nostro corpo. Quello che ancora più spesso non consideriamo, è che l’anidride carbonica non è soltanto una sostanza di scarto, ma è una sostanza fondamentale per l’utilizzo dell’ossigeno da parte dei tessuti: in pratica, essendo la CO2 un prodotto della respirazione cellulare, la sua presenza in un tessuto del corpo indica che quel tessuto sta consumando ossigeno, e quindi fa capire che quella zona deve ricevere più ossigeno: in sostanza, tanta più CO2 è presente in un distretto corporeo, tanto più i globuli rossi che arriveranno in quel distretto saranno portati a rilasciare ossigeno. Non solo, la CO2 determinerà anche una dilatazione dei vasi sanguigni di quella zona, così da facilitarvi l’afflusso di sangue. E’ questo il meccanismo che, durante la corsa, fa arrivare ossigeno ai muscoli, e invece durante la digestione lo fa arrivare allo stomaco. L’anidride carbonica, in sostanza, guida la distribuzione dell’ossigeno agli organi del nostro corpo, e se ne eliminiamo troppa i nostri tessuti non saranno in grado di utilizzare l’ossigeno, neanche assumendone grandi quantità. Questi aspetti biochimici della respirazione sono fondamentali per capire il fenomeno dell’iperventilazione: come dice la parola stessa, questa disfunzione è caratterizzata da un eccessivo scambio di aria nella respirazione; in sostanza, i soggetti che iperventilano inspirano ed espirano troppa aria nel corso del tempo; in genere, questo meccanismo avviene per via di respiri troppo rapidi, seppur superficiali. I testi di medicina ci dicono che dovremmo respirare con una frequenza di 12-20 atti respiratori al minuto, con uno scambio di 6-10 litri di aria ogni minuto. In una situazione di iperventilazione i soggetti possono arrivare a fare 30 respiri/min, scambiando anche 15 litri di aria/min o più. Questo eccesso di aria respirata porterà da una parte a un incremento dei livelli di ossigeno in entrata (che non potrà comunque essere sfruttato dai nostri sistemi cardiorespiratori), e dall’altra a una eliminazione importante dell’anidride carbonica, che avrà come conseguenza la riduzione del rilascio di ossigeno ai tessuti; in sostanza avremo un sangue molto ossigenato, ma non saremo in grado di utilizzarlo. Può capitare di vedere chi soffre di iperventilazione respirare con la bocca in un sacchetto di carta: ciò viene fatto per aumentare i livelli di anidride carbonica nell’aria inspirata, sebbene spesso vengano mantenute frequenze respiratorie molto elevate, che riducono enormemente l’efficacia dell’esercizio.
Esistono due diverse forme di iperventilazione:
- La sindrome da iperventilazione cronica, ossia l’abitudine a respirare in maniera rapida e/o superficiale; è estremamente diffusa nel mondo occidentale ed è frequentemente associata a stress cronico. Tra le conseguenze dello stress sul nostro corpo troviamo, infatti, anche la capacità di alterare il modo in cui respiriamo. I soggetti che soffrono di stress cronico tendono a mantenere una respirazione molto rapida e poco profonda, in particolare nei momenti di stress, come durante l’attività lavorativa. Anzi, sembra che l’iperventilazione tenda a instaurare un circolo vizioso, facilitando il mantenimento dello stato di stress. Vista la relazione di questa respirazione con lo stress cronico, non stupisce la sua associazione con disturbi psichiatrici (ansia, depressione, attacchi di panico) e fisici (palpitazioni, insonnia, ipertensione, tachicardia, disturbi dell’appetito, stanchezza cronica, …).
- La sindrome da iperventilazione acuta, seppur più rara, è più facile da riconoscere. E’ caratterizzata dall’insorgere di crisi acute e spiacevoli di “fame d’aria”, che vengono spesso equiparate alla sensazione di soffocamento e che possono scatenare senso di terrore ed essere associate ad attacchi di panico. I soggetti adottano quindi una respirazione rapida e molto superficiale, che fa loro assorbire molta aria; tuttavia, più aria respirano, più hanno sensazione di soffocamento e di fame d’aria, come se non ne assorbissero abbastanza. Ciò avviene in quanto l’iperventilazione fa eliminare molta CO2, determinando una situazione detta di Ipocapnia, che riduce l’utilizzo dell’ossigeno da parte dei tessuti e dal cervello e che può giustificare sia le sensazioni corporee che quelle psico-emotive. Si è visto infatti che pochi minuti di iperventilazione possono ridurre il flusso di sangue al cervello del 40%, facilitando le reazioni di panico, la perdita di lucidità, la visione appannata, etc. Alcuni autori sono convinti che iperventilazione e ansia siano due facce della stessa medaglia: queste persone respirano troppo perché sono ansiose, e sono ansiose perché respirano troppo. Si è visto in effetti che subito prima dell’inizio di un attacco di panico o di asma i valori di anidride carbonica scendono in maniera importante; ciò porterà a iperventilare e questo meccanismo potrebbe facilitare l’insorgenza dell’attacco di panico.
In quest’ottica, in presenza di iperventilazione cronica, o in coloro che soffrono di episodi acuti (attacchi di panico, disturbo d’ansia, asma), è fondamentale imparare a conoscere i meccanismi del nostro corpo e a reagirvi razionalmente, senza alimentare il panico. Durante queste situazioni, paradossalmente, per far passare la fame d’aria è fondamentale respirare di meno: il primo aspetto importante è ridurre la frequenza respiratoria, passando dai 20-30 atti respiratori al minuto a meno di 10. Un altro aspetto importante è ridurre il volume di aria respirata: se io riduco la frequenza respiratoria, ma riempio i polmoni al 100%, continuerò ad assumere troppa aria. Il segreto, in queste situazioni, è respirare lentamente e meno, in sostanza “smuovendo poca aria”, inducendo uno stato di “Ipoventilazione” in opposizione all’iperventilazione iniziale. Un altro approccio per respirare meno è l’utilizzo delle apnee, in particolare di quella inspiratoria, così da ridurre la velocità nella respirazione e i volumi di aria. Questi approcci funzionano sia nei soggetti che cronicamente hanno una respirazione rapida e superficiale, sia in coloro che saltuariamente vanno incontro ad attacchi acuti di iperventilazione. Anzi, in questi ultimi si è visto che respirare lentamente e meno è in grado di interrompere l’episodio acuto: nei soggetti asmatici, ridurre di ⅓ l’aria incamerata è in grado di ridurre la fame d’aria del 70%. Fare respiri profondi, al contrario, può alimentare l’attacco.